Io e Te

    Il mimetismo batesiano si verifica quando una specie animale innocua sfrutta la sua somiglianza con una specie tossica o velenosa che vive nello stesso territorio, arrivando a imitarne colorazione e comportamenti. In questo modo, nella mente dei predatori, la specie imitatrice viene associata a quella pericolosa aumentandone le possibilità di sopravvivenza.


   Ho cominciato a parlare a tre anni e chiacchierare non è mai stato il mio forte. Se un estraneo mi rivolgeva la parola rispondevo si, no, non so. E se insisteva rispondevo quello che voleva sentirsi dire. Le cose, una volta pensate, che bisogno c’è di dirle?
  «Lorenzo tu sei come le piante grasse, cresci senza disturbare, ti basta un goccio d’acqua e un po’ diluce», mi diceva una vecchia tata di Caserta.
   Per farmi giocare i miei genitori facevano venire ragazze alla pari. Ma io preferivo giocare da solo. Chiudevo la porta e immaginavo che la mia stanza fosse un cubo che vagava nello spazio desolato.
   I problemi sono arrivati alle elementari.
   Ho pochi ricordi di quel periodo. Ricordo il nome delle mie maestre, gli oleandri in cortile, le scatole argentate piene di maccheroni fumanti a mensa. E gli altri.
   Gli altri erano tutti quelli che non erano mia madre, mio padre e nonna Laura.
   Se gli altri non mi lasciavano in pace, se mi stavano troppo addosso, un fluido rosso mi saliva per le gambe, mi mondava lo stomaco e mi si irradiava fino alla punta delle mani, allora chiudevo i pugni e reagivo.
   Quando ho spinto Giampaolo Tinari giù dal muretto ed è caduto di testa sul cemento e gli hanno messo i punti in fronte, hanno chiamato a casa... Nella sala degli insegnanti la maestra diceva a mia madre: – Sembra uno che sta alla stazione e aspetta il treno che lo riporti a casa. Non disturba nessuno, ma se qualche compagno lo infastidisce urla, diventa rosso di rabbia e lancia tutto quello che ha sotto mano -.
La maestra aveva guardato a terra imbarazzata. – Alle volte fa paura. Non so… Io le consiglierei di…
Mia madre mi ha portato dal professor Masburger. – Vedrai. Lui aiuta un sacco di bambini.
   – Ma quanto ci devo stare ?
   – Tre quarti d’ora. Due volte a settimana. Ti va ?
   – Si. Non è tanto – le ho detto.
   Se mia madre credeva che cosi sarei diventato come gli altri a me andava bene. Tutti dovevano pensare, mia mamma compresa, che ero normale.
   Mi accompagnava Nihal. Una segretaria grassa con addosso un profumo di caramelle mi faceva entrare in una stanza con il soffitto basso e che puzzava di umido. La finestra affacciava su un muro grigio. Sulle pareti color nocciola pendevano vecchie foto di Roma in bianco e nero.
   – Ma qui ci si mettono tutti quelli che hanno problemi? ho chiesto al professor Masburger, mentre mi indicava un lettino trapuntato con un tessuto di broccato stinto su cui stendermi.
   Certo. Tutti. Cosi puoi parlare meglio. Perfetto. Avrei fatto finta di essere un bambino normale con i problemi. Non ci voleva molto a fregarlo. Io sapevo esattamente come gli altri pensavano, cosa gli piaceva e cosa desideravano. E se non bastava quello che sapevo, quel lettino su cui mi stendevo mi avrebbe trasmesso, come un corpo caldo che trasmette calore a un corpo freddo, i pensieri dei bambini che si erano sdraiati prima di me.
   E cosi gli raccontavo di un altro Lorenzo. Un Lorenzo che si vergognava a parlare con gli altri ma che voleva essere come gli altri. Mi piaceva fare finta di amare gli altri.
   Poche settimane dopo l’inizio della terapia ho sentito i miei parlare sottovoce in salotto. Sono andato nello studio. Ho tolto dei volumi dalla libreria e ho messo l’orecchio contro il muro.
   – Allora che ha? – stava dicendo papà.
   – Ha detto che ha un disturbo narcisistico.
   – In che senso ?
   – Dice che Lorenzo è incapace di provare empatia per gli altri. Per lui tutto quello che è fuori dalla sua cerchia affettiva non esiste, non gli suscita nulla. Crede di essere speciale e che solo persone speciali come lui lo possano capire.
   – Vuoi sapere che penso ? Che questo Masburger è un vero coglione. Non ho mai visto un ragazzino più affettuoso di nostro figlio.
   – E vero, ma solo con noi, Francesco. Lorenzo pensa che noi siamo le persone speciali e tutti gli altri li considera non del suo livello.
   – E uno snob ? Questo ci sta dicendo il professore ?
   – Ha detto che ha il sé grandioso.
   Mio padre è scoppiato a ridere. – Per fortuna. Pensa se avesse il sé micragnoso. Basta, leviamolo dalle mani di questo incapace prima che gli incasini il cervello davvero. Lorenzo è un bambino normale.
   Lorenzo è un bambino normale – ho ripetuto io.

   Piano piano ho capito come comportarmi a scuola. Mi dovevo tenere in disparte, ma non troppo, sennò mi notavano.
   Mi confondevo come una sardina in un banco di sardine. Mi mimetizzavo come un insetto stecco tra i rami secchi. E ho imparato a controllare la rabbia. Ho scoperto di avere un serbatoio nello stomaco, e quando si riempiva lo svuotavo attraverso i piedi e la rabbia finiva a terra e penetrava nelle viscere del mondo e si consumava nel fuoco eterno.
   Ora nessuno mi rompeva più.

   Alle medie sono stato mandato al St Joseph, una scuola inglese popolata da figli di diplomatici, di artisti stranieri innamorati dell’Italia, manager americani e italiani facoltosi che si potevano permettere la retta. Li erano tutti fuori posto. Parlavano lingue diverse e sembravano in transito. Le femmine se ne stavano per conto loro e i maschi giocavano a calcio su un grande prato di fronte alla scuola. Mi sono trovato bene.
   Ma i miei genitori non erano contenti. Dovevo avere degli amici.
   Il calcio era un gioco cretino, tutti a rincorrere una palla, ma era quello che piaceva agli altri. Seimparavo quel gioco era fatta. Avrei avuto degli amici.
   Ho preso coraggio e mi sono messo in porta, dove nessuno voleva mai stare e ho scoperto che non era poi cosi schifoso difenderla dagli attacchi nemici. C’era un certo Angelo Stangoni che quando prendeva la palla nessuno riusciva più a togliergliela. Arrivava come un fulmine davanti alla porta e tirava botte fortissime. Un giorno lo buttano giù con un calcio. Rigore. Io mi metto al centro della porta. Lui prende la rincorsa.
   Io non sono un uomo, mi dico, io sono uno Gnuzzo, un animale bruttissimo e agilissimo prodotto in un laboratorio umbro, che ha un unico compito nella vita e poi può morire tranquillo. Difendere la Terra da un meteorite mortale.
   E cosi Stangoni ha calciato forte, dritto, alla mia destra e io ho volato come solo uno Gnuzzo sa fare, e ho allungato le braccia e la palla era li tra le mie mani e ho parato.
   Mi ricordo che i miei compagni mi abbracciavano ed era bello perché credevano che ero uno di loro.
   Mi hanno messo in squadra. Ora avevo dei compagni che mi chiamavano a casa. Rispondeva mia madre ed era felice di poter dire: «Lorenzo, è per te».
   Dicevo di andare dagli amici ma in realtà mi nascondevo da nonna Laura. Abitava in un attico vicino casa nostra con Pericle, un vecchio bassethound, e Olga, la badante russa. Passavamo i pomeriggi a giocare a canasta. Lei beveva BloodyMary e io succo di pomodoro con il pepe e il sale. Avevamo fatto un patto: lei mi copriva sulla storia degli amici e io non dicevo niente dei BloodyMary.
   Ma le medie sono finite in fretta e mio padre mi ha chiamato nello studio, mi ha fatto sedere su una poltrona e ha detto: – Lorenzo, ho pensato che è ora che vai a un liceo pubblico. Basta con queste scuole private di figli di papa. Dimmi, ti piace di più la matematica o la storia ?
   Ho dato un’occhiata a tutti i suoi libroni sugli antichi egizi, sui babilonesi, disposti in ordine nella libreria. – La storia.
   Mi ha dato una pacca soddisfatta. – Ottimo,vecchio mio, abbiamo gli stessi gusti. Vedrai, il liceo classico ti piacerà.

   Quando, il primo giorno di scuola, sono arrivato davanti al liceo pubblico per poco non sono svenuto.
   Quello era l’inferno in terra. C’erano centinaia di ragazzi. Sembrava di stare all’entrata di un concerto.   
   Alcuni erano molto più grandi di me. Pure con la barba. Le ragazze con le tette. Tutti sui motorini, con gli skate. Chi correva. Chi rideva. Chi urlava. Chi entrava e usciva dal bar. Uno si è arrampicato sopra un albero e ha appeso lo zaino di una ragazza su un ramo e quella gli tirava le pietre.
   L’ansia mi toglieva il respiro. Mi sono appoggiato contro un muro coperto di scritte e disegni.
   Perché dovevo andare a scuola ? Perché il mondo funzionava cosi? Nasci, vai a scuola, lavori e muori. Chi aveva deciso che quello era il modo giusto ? Non si poteva vivere diversamente ? Come gli uomini primitivi? Come mia nonna Laura, che quando era piccola aveva fatto la scuola a casa e le insegnanti andavano da lei. Perché non potevo fare così pure io ? Perché non mi lasciavano in pace? Perché dovevo essere uguale agli altri ? Perché non potevo vivere per conto mio in una foresta canadese ?
   – Io non sono come loro. Io ho il sé grandioso – ho sussurrato, mentre tre bestioni che si tenevano a braccetto mi spingevano via come fossi un birillo: – Sparisci, microbo.
   In trance ho visto le mie gambe rigide come tronchi che mi portavano in classe. Mi sono seduto al penultimo banco, vicino alla finestra, e ho cercato di rendermi invisibile.
   Ma ho scoperto che la tecnica mimetica in quel pianeta ostile non funzionava. I predatori in quella scuola erano molto più evoluti e aggressivi e si muovevano in branco. Qualsiasi stasi, qualsiasi comportamento anomalo, era immediatamente notato e punito.
   Mi hanno messo in mezzo. Mi hanno preso in giro per come mi vestivo, perché non parlavo. E poi mi hanno lapidato a colpi di cancellino.
   Imploravo i miei genitori di farmi cambiare scuola, una per disadattati o sordomuti sarebbe stata perfetta. Trovavo ogni scusa per rimanere a casa. Non studiavo più. In classe passavo il tempo a contare i minuti che mi restavano per uscire da quel carcere.

   Una mattina ero a casa per un mal di testa finto e ho visto in televisione un documentario sugli insetti imitatori.
   Da qualche parte, ai tropici, vive una mosca che imita le vespe. Ha quattro ali come tutte quelle della sua specie, ma le tiene una sull’altra, cosi sembrano due. Ha l’addome a strisce gialle e nere, le antenne e gli occhi sporgenti e ha anche un pungiglione finto. Non fa niente, è buona. Ma, vestita come una vespa, gli uccelli, le lucertole, persino gli uomini la temono. Può entrare tranquilla nei vespai, uno dei luoghi più pericolosi e vigilati del mondo, e nessuno la riconosce.
   Avevo sbagliato tutto.
   Ecco cosa dovevo fare.
   Imitare i più pericolosi.
   Mi sono messo le stesse cose che si mettevano gli altri. Le scarpe da ginnastica Adidas, i jeans con i buchi, la felpa nera con il cappuccio. Mi sono tolto la riga e mi sono fatto crescere i capelli. Volevo anche l’orecchino ma mia madre me lo ha proibito. In cambio, per Natale, mi hanno regalato il motorino. Quello più comune.
   Camminavo come loro. A gambe larghe. Buttavo lo zaino a terra e lo prendevo a calci.
   Li imitavo con discrezione. Da imitazione a caricatura è un attimo.
   Durante le lezioni me ne stavo al banco facendo finta di ascoltare, ma in realtà pensavo alle cose mie, mi inventavo storie di fantascienza. Andavo pure a ginnastica, ridevo alle battute degli altri, facevo scherzi idioti alle ragazze. Un paio di volte ho anche risposto male ai professori. E ho consegnato il compito in classe in bianco.
   La mosca era riuscita a fregare tutti, perfettamente integrata nella società delle vespe. Credevano che fossi uno di loro. Uno giusto.
   Quando tornavo a casa raccontavo ai miei che a scuola tutti dicevano che ero simpatico e inventavo storie divertenti che mi erano successe.
   Ma più inscenavo questa farsa più mi sentivo diverso. Il solco che mi divideva dagli altri si faceva più profondo. Da solo ero felice, con gli altri dovevo recitare.
   Questa cosa, alle volte, mi impauriva. Avrei dovuto imitarli per tutto il resto della vita? Era come se dentro di me la mosca mi dicessele cose vere. Mi spiegava che gli amici ci mettono un attimo a dimenticarsi di te, che le ragazze sono cattive e ti prendono in giro, che il mondo fuori di casa è solo competizione, sopraffazione e violenza.
   Una notte ho avuto un incubo da cui mi sono svegliato urlando. Scoprivo che la maglietta e i jeans erano la mia pelle e le Adidas i miei piedi. Esotto la giacca dura come uno scheletro si agitavano cento zampetto da insetto.

                                                                                     Nicolò Ammaniti, “Io e te”

   Corollario

   Ricordo come fosse ora il mio primo giorno di scuola.
   Mai come quel giorno ebbi la netta la sensazione di essere diverso da tutti gli altri bambini.
   Ciò che mi sconcerta di quel ricordo è che li guardavo nel medesimo modo nel quale ancora oggi guardo gli esseri umani con i quali sento di non avere alcuna affinità spirituale oltre che intellettuale.
   Del resto, avevo con loro in modo del tutto naturale i medesimi atteggiamenti che ho oggi sia con gli adulti, sia naturalmente – e soprattutto – con i bambini, che vedo esattamente come degli adulti stronzi quando sono stronzi o adorabili quando sono adorabili, a maggior ragione di quelli che hanno superato la soglia oltre la quale si fingono bambini pur non essendolo più, perché gli adulti continuino a concedere loro tutti quei privilegi propri della condizione dell’esser bambini.
   Anche se frenati e moderati allora dalla timidezza – a dispetto della mia odierna sfrontatezza.
   Ero come oggi austero, rigoroso, essenziale, laconico, imperturbabile.
Esattamente come oggi nel Sogno che avevo di Me Stesso mi vedevo indistruttibile, invulnerabile, magnifico, e aspirare a perfezionare ognuna di queste che reputavo e reputo delle mie innate peculiarità era – ed ancora oggi lo è – la mai più ambita meta.

   Avevo già il portamento di un nobile –  oggi ho capito che l’ho ereditato dalle mie precedenti vite.
   Avevo già degli occhi espressivi e magnetici.
   Avevo già la voce calda, intensa e persuasiva.
   Avevo già consapevolezza del dono di riuscire a manipolare il mio prossimo con l’arma della parola se solo l’avessi voluto, più che altro per indurlo a parlare di ciò di cui più aveva desiderio di parlare, così che io potevo tranquillamente rilassarmi quando mi ritrovavo senza averlo assolutamente voluto nel bel mezzo di una conversazione e restarmene altrove senza essere disturbato dalla tentazione a dire “la mia” nel caso in cui l’argomento che era oggetto della stessa era uno di quelli che mi stavano più a cuore, mostrandomi lusingato e non smentendo affatto chi mi diceva che ero uno che sapeva ascoltare.
   Oggi ho capito che è un dono che ti si può ritorcere contro con degli effetti a lungo andare devastanti sia per la tua vita interiore che per quella esteriore – vere entrambe, anzi la prima lo è di più [Proust docet] – se non adoperato con parsimonia, saggezza e, perché no? con intenti filantropici, potendo.
   Nonostante apparissi per lo più timido e mite, dentro ero molto fiero, e mi piaceva mostrarmi rude, di pochi complimenti, ma generoso con coloro che riuscivano a percepire che io ero altro e altrove.
   Ero già di poche parole sempre e rigorosamente essenziali ed adoperavo piuttosto l’arma dello sguardo, con il quale annichilivo coloro che non mi andavano a genio reputandoli inetti, miseri e squallidi e seducevo le mie predestinate nonché privilegiate vittime, che accoglievo nel mio raggio di azione – e di pensiero soprattutto – in quanto meritevoli di aver riconosciuto in me un Essere Superiore – o un Essere Spirituale che dir si voglia – e perciò degne di ricevere il mio benefico Influsso Elettivo.
   Oggi so cosa voleva dire Oscar Wilde con le parole “In ogni istante della nostra vita siamo ciò che siamo stati non meno di ciò che saremo.”

                                                                  Rosario Tedesco, “A Futura Memoria”

Essere un bambino poco socializzato

L’emarginazione oggi come privilegio domani

di Edoardo Lombardi Vallauri

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La carezza

La carezza rifiutata in un momento cruciale,
quando era disperatamente necessaria,
può facilmente essere l’atto,
o meglio il non-atto che distrugge una relazione
e un sorriso non ricambiato,
tra due grandi potenze,
può portare alla guerra e alla distruzione.
Desmond Morris

                                                                                                              

Io è un Altro [Arthur Rimbaud]

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  Le Lettere d’Amore

  (Chevalier De Pas)

  

 

   Fernando Pessoa chiuse gli occhiali e si addormentò
e quelli che scrivevano per lui lo lasciarono solo, finalmente solo…

   Così la pioggia obliqua di Lisbona lo abbandonò
e finalmente la finì di fingere fogli, di fare male ai fogli…

   E la finì di mascherarsi dietro tanti nomi,
dimenticando Ophelia per cercare un senso che non c’è,

   e alla fine chiederle: “Scusa se ho lasciato le tue mani,
ma io dovevo solo scrivere, scrivere e scrivere di me…”

 

Le lettere d’amore, le lettere d’amore fanno solo ridere.
Le lettere d’amore non sarebbero d’amore se non facessero ridere.
Anch’io scrivevo un tempo lettere d’amore, anch’io facevo ridere.
Le lettere d’amore, quando c’è l’amore, per forza fanno ridere.

 

   E costruì un delirante universo senza amore,
dove tutte le cose hanno stanchezza di esistere e spalancato dolore.

   Ma gli sfuggì che il senso delle stelle non è quello di un uomo,
e si rivide nella pena di quel brillare inutile, di quel brillare lontano…

   E capì tardi che dentro quel negozio di tabaccheria
c’era più vita di quanta ce ne fosse in tutta la sua poesia;
e che invece di continuare a tormentarsi con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo…

 

E scrivere d’amore, e scrivere d’amore, anche se si fa ridere.
Anche quando la guardi, anche mentre la perdi, quello che conta è scrivere.
E non aver paura, non aver mai paura di essere ridicoli.
Solo chi non ha scritto mai lettere d’amore fa veramente ridere.

Le lettere d’amore, le lettere d’amore, di un amore invisibile.
Le lettere d’amore che avevo cominciato magari senza accorgermi.
Le lettere d’amore che avevo immaginato, ma mi facevan ridere
magari fossi in tempo, se avessi ancora il tempo per potertele scrivere.

 

                                                                    Roberto Vecchioni [1995]

 

 

 

 

 

 

Tutte le lettere d’amore sono ridicole

 

 

Tutte le lettere d’amore sono

ridicole.

Non sarebbero lettere d’amore se non fossero

ridicole.

 

Anch’io a mio tempo scrissi lettere d’amore,

come le altre,

ridicole.

 

Le lettere d’amore, se c’è amore,

devono essere

ridicole.

 

Ma, infine,

son le creature che non han mai scritto

lettere d’amore

ad essere

ridicole.

 

Beati i tempi in cui scrivevo

senza accorgermene

lettere d’amore

ridicole.

 

La verità è che oggi

son le mie rimembranze

di quelle lettere d’amore 

ad essere

ridicole.

 

                                     Fernando Pessoa [1935]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    Fernando António Nogueira Pessoa (Lisbona, 13 giugno 1888 – Lisbona, 30 novembre 1935) è stato un poeta e scrittore portoghese.

   Avendo vissuto la maggior parte della sua giovinezza in Sudafrica, la lingua inglese giocò un ruolo fondamentale nella sua vita, tanto che traduceva, lavorava, scriveva, studiava e perfino pensava in inglese. Visse una vita discreta, trovando espressione nel giornalismo, nella pubblicità, nel commercio e, principalmente, nella letteratura, in cui si scompose in varie altre personalità, note come eteronimi.

   La sua figura enigmatica interessa gran parte degli studi sulla sua vita e opera, oltre ad essere il maggior autore della eteronomia.

 

   Morì a causa di problemi epatici all’età di 47 anni nella stessa città dov’era nato. L’ultima frase che scrisse fu in inglese “I know not what tomorrow will bring… “, e si riportano come le sue ultime parole (essendo molto miope)

.:.

« De-me os meus òculos! »

(Datemi i miei occhiali).

 

   […] La sua infanzia e adolescenza vennero marcate da fatti che lo avrebbero influenzato in seguito. Il padre morì, a soli 43 anni, vittima della tubercolosi. Lasciò la moglie, il piccolo Fernando e suo fratello Jorge, che non avrebbe raggiunto l’anno di vita. La madre fu costretta a vendere parte della mobilia e a trasferirsi in una abitazione più modesta, al terzo piano di Rua de São Marçal n. 104. È in questo periodo che nasce il suo primo pseudonimo, Chevalier de Pas. Lui stesso rivelò questo fatto a Adolfo Casais Monteiro in una lettera del 13 gennaio 1935, in cui parla diffusamente dell’origine degli eteronomi.

 

« […] Ricordo, così, quello che mi sembra sia stato il mio primo

eteronimo o, meglio, il mio primo conoscente inesistente:

un certo Chevalier de Pas di quando avevo sei anni,

attraverso il quale scrivevo lettere a me stesso,

e la cui figura, non del tutto vaga, ancora colpisce

quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia. »

 

  Pessoa viene ricoverato il 29 novembre 1935 nell’ospedale di Luís dos Franceses, vittima di una crisi epatica; si tratta chiaramente di cirrosi epatica, causata dall’abuso di alcool di tutta una vita. A titolo di curiosità, si riporta che fosse molto fedele alla marca di brandy “Águia Real”.

   Il 30 novembre muore all’età di 47 anni. Negli ultimi momenti della sua vita chiede i suoi occhiali e invoca gli eteronimi. La sua ultima frase scritta è nella lingua in cui fu educato, l’inglese:

 

« I know not what tomorrow will bring »

(Non so cosa porterà il domani)

 

   Si può dire che la vita del poeta fu dedicata a creare, e che con questa creazione, creò altre vite attraverso i suoi eteronimi. Questo è stata la sua principale caratteristica, e il motivo di interesse per la sua persona, apparentemente così pacata. Alcuni critici si chiedono se Pessoa abbia realmente fatto trasparire il suo “io” reale, o se questo non fosse un altro prodotto della sua fertile creatività. Quando tratta temi soggettivi e quando usa l’eteronimia, Pessoa diviene enigmatico fino all’estremo. Questo particolare aspetto è quello che muove gran parte delle ricerche sulla sua opera.

   Fernando Pessoa fu «l’enigma in persona» (il sottile gioco di parole non viene reso nella traduzione, perché in portoghese “pessoa” significa “persona”). Scrisse da sempre, partendo dal primo poema all’età di 7 anni fino al letto di morte. Aveva a cuore l’intelletto dell’uomo, giungendo a dire che la sua vita era stata una costante divulgazione della lingua portoghese; nelle parole del poeta riportate per bocca dell’eteronimo Bernardo Soares «la mia patria è la lingua portoghese». Oppure, attraverso un poema:

 

« Ho il dovere di chiudermi in casa nel mio spirito e lavorare

quanto io possa e in tutto ciò che io posso, per il progresso

della civiltà e l’allargamento della conoscenza dell’umanità. »

 

   Come Pompeo, che disse che «navigare è necessario, vivere non è necessario», Pessoa dice nel poema Navegar é Preciso che «vivere non è necessario; quel che è necessario è creare».

   Su Pessoa il poeta messicano premio Nobel per la letteratura Octavio Paz dice che «il poeta non ha biografia: la sua opera è la sua biografia», e inoltre che «niente nella sua vita è sorprendente – nulla, eccetto i suoi poemi».

 

« Il poeta è un fingitore.

Finge così completamente

Che arriva a fingere che è dolore

Il dolore che davvero sente. »

 

   La grande creazione estetica di Pessoa è considerata l’invenzione degli eteronimi, che attraversa tutta la sua vita. A differenza degli pseudonimi, gli eteronimi sono personalità poetiche complete: identità che, inizialmente inventate, divengono autentiche attraverso la loro personale attività artistica, diversa e distinta da quella dell’autore originale. Fra gli eteronimi si trova lo stesso Fernando Pessoa, in questo caso chiamato ortonimo, che però sembra sempre più simile agli altri con la loro maturazione poetica. I tre eteronomi più noti, quelli con la maggiore opera poetica sono Álvaro de Campos, Ricardo Reis e Alberto Caeiro.

   Un quarto eteronimo di grande importanza nell’opera di Pessoa è Bernardo Soares, autore del Livro do desassossego (Libro dell’inquietudine). Soares è talvolta considerato un semi-eteronimo, a causa delle notevoli somiglianze con Pessoa, e per non aver sviluppato una personalità molto caratterizzata.

   Al contrario, i primi tre possiedono addirittura una data di nascita e di morte, quest’ultima ad l’eccezione di Ricardo Reis. Proprio questo dettaglio venne sfruttato dal premio Nobel per la letteratura José Saramago per scrivere il libro L’anno della morte di Ricardo Reis.

 

   Attraverso gli eteronimi, Pessoa condusse una profonda riflessione sulle relazioni che intercorrono fra verità, esistenza e identità. Quest’ultimo aspetto è notevole nell’aura di mistero che circondava il poeta.

 

« Con una tale mancanza di gente coesistibile come c’è oggi,

cosa può fare un uomo di sensibilità, se non inventare

i suoi amici,o quanto meno, i suoi compagni di spirito? »

 

   Nella lettera ad Adolfo Casais Monteiro del 13 gennaio 1935, interrogato da questo sulla genesi dei suoi eteronomi, scrive:

 

« L’origine dei miei eteronimi è il tratto profondo di isteria che esiste in me.

[…] L’origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza

 organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione.

Questi fenomeni, fortunatamente, per me e per gli altri,

in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano

nella mia vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri;

esplodono verso l’interno e io li vivo da solo con me stesso. »

 

   Sempre nella stessa lettera, descrive così la nascita del suo primo eteronimo, il suo “giorno trionfale”:

 

« Un giorno in cui avevo definitivamente rinunciato

— era l’8 marzo 1914 — mi sono avvicinato da un alto comò e,

prendendo un foglio di carta, mi sono messo a scrivere,

all’inpiedi, come faccio ogni volta che posso.

E ho scritto circa trenta poesie di seguito,

in una specie di estasi di cui non riesco a capire il senso.

Fu il giorno trionfale della mia vita

e non potrò mai averne un altro come quello.

Cominciai con un titolo: O Guardador de Rebanhos (Il Guardiano di greggi).

E quello che seguì fu la nascita in me di qualcuno

a cui diedi subito il nome di Alberto Caeiro.

Scusate l’assurdità di questa frase:

il Mio Maestro era sorto in me. »

 

 

 

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Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia,

non c’è niente di più semplice.

Ci sono solo due date

– quella della mia nascita e quella della mia morte.

Tutti i giorni fra l’una e l’altra sono miei.

 

 

 

Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta

ed è la più terribile delle stanchezze.

Non è pesante come la stanchezza del corpo,

e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione.

È un peso della consapevolezza del mondo,

una impossibilità di respirare con l’anima.

 

 

 

A volte, quando alzo la testa stanca dai libri

nei quali segno i conti altrui e l’assenza di una vita mia,

avverto una sorta di nausea fisica che forse deriva

dalla posizione curva, ma che trascende i numeri e la delusione.

La vita mi disgusta come una medicina inutile.

 

 

 

Ho sempre rifiutato di essere compreso.
Essere compreso significa prostituirsi.
Preferisco essere preso seriamente
per quello che non sono, ignorato umanamente
con decenza e naturalezza.

 

 

 

Nostalgia!
Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato
niente per me, per l’angoscia della fuga
del tempo e la malattia del mistero della vita.
Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali:
se non li vedo più mi rattristo, eppure non mi sono stati niente,
se non il simbolo di tutta la vita. […]
Domani anch’io scomparirò.
Domani anch’io – l’anima che sento e pensa,
l’universo che io sono per me stesso
– sì, domani anch’io sarò soltanto uno che ha smesso di passare
in queste strade, uno che altri evocherebbero vagamente
con un ‘che ne sarà stato di lui?’
E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento
e vivo non sarà niente di più che un passante in meno

nella quotidianeità delle strade di una città qualsiasi.

 

 

 

Vorrei dirti quanto l’ansia di riuscire
rimanga al di qua di ciò che otteniamo.

 

 

 

La vita è un viaggio sperimentale,
fatto involontariamente.

 

 

 

Quando mi sveglierò dall’essere sveglio?

 

 

 

Possedere significa essere posseduto,
e dunque perdersi.

 

 

 

Niente si sa. Tutto si immagina.

 

 

La letteratura, come tutta l’arte,
è la confessione che la vita non basta.

 

 

 

I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti,
sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili,
proprio perchè sono impossibili,
la nostalgia di ciò che non è mai stato,
il desiderio di ciò che potrebbe essere stato,
la pena di non essere un altro,
l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo.

 

 

 

La stanchezza di tutte le illusioni,
e di tutto ciò che c’è nelle illusioni
– la loro perdita, l’inutilità di averle,
la prestanchezza di doverle avere per perderle,
il rammarico di averle avute, la vergogna intellettuale
di averle avute sapendo che avrebbero fatto tale fine.

 

 

 

Tutti possiedono, come me, un cuore
esaltato e triste.

 

 

 

E dopotutto ci sono tante consolazioni!
C’è l’alto cielo azzurro, limpido e sereno,
in cui fluttuano sempre nuvole imperfette. […]
E, alla fine, arrivano sempre i ricordi,
con le loro nostalgie e la loro speranza,
e un sorriso di magia alla finestra del mondo,
quello che vorremmo, bussando alla porta di quello che siamo.

 

 

 

La metafisica mi è sempre sembrata una forma comune di pazzia latente.

Se conoscessimo la verità la vedremmo; tutto il resto è sistema e periferia.

Ci basta, se riflettiamo, l’incomprensibilità dell’universo;

volerlo capire è essere meno che uomini,

perché essere uomo è sapere che non si capisce.

 

 

 

Ci sono giornate che sono filosofie, che ci suggeriscono

interpretazioni della vita, che sono appunti a margine,

pieni di altra critica, nel libro del nostro destino universale.

Questa è una di quelle giornate, lo sento.

Ho l’assurda impressione che con i miei occhi pesanti

e col mio cervello assente si stiano tracciando,

come con un lapis insensato,

le lettere del commento profondo e inutile.

 

 

 

La decadenza è la perdita totale dell’incoscienza;

perché l’incoscienza è il fondamento della vita.

Il cuore, se potesse pensare, si fermerebbe.

 

 

 

Il mio desiderio è fuggire.

Fuggire da ciò che conosco,

fuggire da ciò che è mio,

fuggire da ciò che amo.

Desidero partire.

 

 

 

Viaggiare?

Per viaggiare basta esistere.

 

 

 

Non so se è amore che hai,

o amore che fingi quello che mi dai.

Dammelo tanto mi basta.

 

 

 

Ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo.

 

 

 

Saggio è colui che si contenta dello spettacolo del mondo.

 

 

 

Scegliere metodi di non agire

è stata l’attenzione e lo scrupolo della mia vita.

 

 

 

La mia anima e’ una misteriosa orchestra

non so quali strumenti suoni e strida dentro di me:

corde, arpe, timpani e tamburi.

Mi conosco come una sinfonia.

 

 

 

Non cantare più!

Voglio il silenzio

per dormire

qualsiasi ricordo

della voce udita,

incompresa,

che fu perduta

perché l’ho udita…

All’improvviso, pauso in ciò che penso.

Scrivere è necessario. Vivere non è necessario.

Non sono niente.

Non sarò mai niente.

Non posso volere d’essere niente.

A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.

 

 

Povia e il Principio del Contraddittorio

 

 

 

                                                                                       Non v’è peccato al di fuori della stupidità

                                                                                                                                                                         

                                                                                                                                            Oscar Wilde

 

 

 

   SANREMO: ESPOSTO CONTRO LA CANZONE DI POVIA

 

   Corpo:  (ASCA) – Firenze, 19 feb – Il Gruppo EveryOne ha presentato oggi un esposto alla Procura della Repubblica di Sanremo nel quale si chiede di ”accertare se nel testo della canzone ‘Luca era gay’ di Giuseppe Povia, concorrente in questi giorni al 59* Festival di Sanremo, siano ravvisabili estremi di fattispecie penalmente rilevanti e, in caso affermativo, se la Procura voglia adottare provvedimenti idonei a scongiurare ulteriore messa in onda e la successiva messa in commercio e diffusione della suddetta canzone”.

   Lo comunica con una nota la stessa associazione.

   I motivi alla base dell’esposto, secondo i leader dell’organizzazione internazionale per i Diritti Umani Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, ”sono che nel testo di ‘Luca era gay’ si potrebbero ravvisare discriminazioni fortemente lesive della dignita’ delle persone omosessuali e delle loro unioni amorose, in contrasto con alcuni principi fondamentali del nostro ordinamento quali il principio di eguaglianza e di non discriminazione, di promozione della persona e di tutela dei suoi diritti fondamentali in tutte le formazioni sociali in cui svolge la sua personalita’ (artt. 2 e 3 della Costituzione), nonche’ degli articoli 1 (dignita’) e 21 (non discriminazione) della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea”.

   ”Ci auguriamo – concludono i tre esponenti – che la Procura della Repubblica voglia valutare con la dovuta attenzione il nostro esposto, per evitare che si diffondano ulteriormente nel Paese, attraverso una nobile arte qual e’ e deve rimanere la musica, ideologie omofobe e retrograde che denigrino la dignita’ di milioni di gay e lesbiche presenti in Italia e fomentino azioni violente ai danni di una minoranza sociale”.

   Contemporaneamente il Gruppo EveryOne, insieme ad alcune fra le piu’ importanti associazioni internazionali per la tutela dei diritti GLBT, avviera’ una petizione perche’ il cantautore Povia e la sua canzone ”vengano boicottati dai network, dagli impresari e dalle case discografiche”.

 

   afe/sam/alf

 

   Adesso mi sembra si esageri nell’altro senso.

   Tralasciando, nell’ambito del ragionamento verso cui intendo indirizzare l’attenzione del lettore, la questione inerente alla libertà di espressione – che pure ha un suo peso e una sua imprescindibilità sacrosanta e legittima – non credo ci sia bisogno di portare Povia in tribunale per conferirgli la “pena” che “davvero” gli spetta.

   Per quanto mi riguarda è lo sguardo di indignazione e di disprezzo misto a commiserazione con il quale ho guardato l’intera sua esibizione al Festival di Sanremo con tanto di dettagli scenografici che l’hanno ulteriormente squalificata oltre ogni limite tollerabile dalla mia – e sottolineo mia – sensibilità di essere umano pensante – più che di sostenitore di questa o di quella causa – analogo immagino a quello dei tanti che l’hanno recepita percependo il mio medesimo fastidio e faticando non poco a digerirlo.

   Cosa intendo dire?

   Che nel remotissimo caso in cui Povia venisse condannato dalla legge, non c’è ombra di dubbio che egli, come immagino chiunque lo sosterrebbe nella sua battaglia, rinsalderebbe le sue convinzioni, e chi si è indignato e lo attacca – nella misura in cui lo compatisce – rinsalderebbe le proprie.

   Il vero ed il solo successo sarebbe che Povia riuscisse a sentire il peso e la sostanza di quello sguardo a cui prima accennavo e riuscisse a guardarsi come noi lo guardiamo: eventualità che mai potrà verificarsi data la pochezza del personaggio e la strafottente quanto inconsapevole facciatosta con la quale persevera in quello che ritiene sia il bene [per se e per tutti], credendosi addirittura un veggente dell’epoca contemporanea nonché un trascinatore di folle, confortato dagli applausi e dall’approvazione dei più, nel caso specifico, di quasi tutta la platea dell’Ariston di Sanremo.

   Vale davvero la pena sporcarsi ulteriormente il Senso del Gusto trascinando chissà fin dove e chissà per quanto tempo ancora, un episodio che andrebbe solo dimenticato per quanto è stato grottesco oltre che lesivo per la dignità del nostro paese, oltre che di quella di Povia [se mai potesse averne percezione], appiattendolo, stiracchiandolo, [vivi]sezionandolo  perché sia condannato dalla magistratura?

   Ergo.

   Il solo processo che davvero avrebbe senso avvenisse dovrebbe aver luogo nella mente di Povia, e la pena sarebbe delle più atroci, se non la più atroce in assoluto, nel caso egli davvero avesse facoltà di  emettere la condanna e riuscisse a penetrare fino in fondo le ragioni della stessa – Dostoevskij docet.

   Ma ciò non accadrà mai.

   Non solo per le ragioni che ho addotto poc’anzi, ma anche e soprattutto perché è difficile se non impossibile che un uomo possa riuscire davvero a mettersi dalla parte di chi lo accusa e comprendere le sue ragioni, in modo da poter giudicare imparzialmente il suo operato ed assolversi o condannarsi all’occorrenza, fintanto ha una folla dietro di sè che persiste imperterrita nel dargli ragione.

   Di conseguenza, egli non potrà far altro che continuare a difenderle ad oltranza, se non per ignoranza sicuramente per coerenza o, se non altro, per fede nell’opinione della maggioranza, e giammai confutarle o almeno individuare le note dolenti in seno alle stesse, eventualità che causerebbe un sacrosanto e legittimo corto circuito non solo nella coscienza di Povia, ma anche nell’opinione di chiunque avrebbe seguito il caso, inpendentemente dal fatto che fosse a favore o contro.

   Cedendo sotto questo aspetto, infatti, non solo perderebbe la faccia, la dignità e la credibilità agli occhi di coloro che lo avrebbero sostenuto fino a quel momento, ma agli occhi addirittura di tanti – ma non di tutti, per fortuna – che lo avrebbero fino a quel momento avversato, passando per qualcuno che non ha il coraggio delle sue idee e che difetta in quella “cosiddetta” virtù denominata coerenza.

   Perché, non si sa bene per quale ragione [in realtà la si sa, ma non può avervi accesso chi non conosce le dinamiche con cui si manifesta il Principio del Contraddittorio], l’uomo ha stima dell’uomo solo fintanto costui lotta imperterrito per una causa, giusta o sbagliata che sia, meglio ancora se lo fa fino alle estreme conseguenze, senza avere mai ripensamento o dubbio alcuno circa la legittimità della stessa.

   Eppure non avrebbe fatto altro che legittimare in sè il Principio del Contraddittorio, ovvero ciò che fà di un uomo solo – che, per una pura questione di igiene mentale nonché di assoluto, detesta il proselitismo e[rgo] la coerenza [che lo rende possibile] – un uomo che davvero a ragione può definirsi libero.

   Per chi non ha idea di cosa sia il Principio del Contraddittorio, delle circostanze nelle quali esso ha luogo e determina le decisioni e le scelte per ognuno di noi – nessuno escluso – e desidera avere delle delucidazioni in merito, il consiglio è di ascoltare la lezione che il professore Edoardo Lombardo Vallauri ha tenuto a riguardo in una delle puntate di un programma radiofonico andato in onda tempo fa su RadioTre, Castelli in aria, che non sono nuovo a citare perché faccia da corollario ai miei scritti…

   .:.

 

   Edoardo Lombardi Vallauri in Il Principio del Contraddittorio

  Ascolta

 

   .:.

   Che c’entra adesso il Principio del Contraddittorio con le vere ragioni per cui la canzone di Povia ha suscitato tante polemiche, alle quali pur ho alluso dichiarando apertamente quale è – temporaneamente – la mia opinione a riguardo?

   C’entra, perché in questo luogo si è sempre parlato e sempre si parlerà di ciò che v’è dietro ciò che appare, ed io non faccio altro che fornirvi delle lenti, non perché voi possiate attraverso di esse intravedere la verità, ma solo per poter guardare meglio.

   Tutto qua.

                                                                                                                 

 

 

 

Luca era gay

[Testo ufficiale]

 

Luca era gay

e adesso sta con lei

Luca parla con il cuore in mano

Luca dice “sono un altro uomo”

Luca dice: prima di raccontare il mio cambiamento sessuale

volevo chiarire che se credo in Dio

non mi riconosco nel pensiero dell’uomo

che su questo argomento è diviso,

non sono andato da psicologi psichiatri preti o scienziati

sono andato nel mio passato

ho scavato e ho capito tante cose di me

mia madre mi ha voluto troppo bene

un bene diventato ossessione

piena delle sue convinzioni

ed io non respiravo per le sue attenzioni

mio padre non prendeva decisioni

ed io non ci riuscivo mai a parlare

stava fuori tutto il giorno per lavoro

io avevo l’impressione che non fosse troppo vero

mamma infatti chiese la separazione

avevo 12 anni non capivo bene mio padre

disse è la giusta soluzione e dopo poco tempo cominciò a bere

mamma mi parlava sempre male di papà

mi diceva non sposarti mai per carità

delle mie amiche era gelosa morbosa

e la mia identità era sempre più confusa

 

Luca era gay

e adesso sta con lei

Luca parla con il cuore in mano

Luca dice sono un altro uomo

Luca era gay

e adesso sta con lei

Luca parla con il cuore in mano

Luca dice “sono un altro uomo”

 

Sono un altro uomo

ma in quel momento cercavo risposte mi vergognavo

e le cercavo di nascosto

c’era chi mi diceva “è naturale”

io studiavo Freud non la pensava uguale

poi arrivò la maturità ma non sapevo che cos’era la felicità

un uomo grande mi fece tremare il cuore

ed è li che ho scoperto di essere omosessuale

con lui nessuna inibizione

il corteggiamento c’era

e io credevo fosse amore sì

con lui riuscivo ad essere me stesso

poi sembrava una gara a chi faceva meglio il sesso

e mi sentivo un colpevole

prima o poi lo prendono

ma se spariscono le prove poi lo assolvono

cercavo negli uomini chi era mio padre

andavo con gli uomini per non tradire mia madre

 

Luca era gay

e adesso sta con lei

Luca parla con il cuore in mano

Luca dice “sono un altro uomo”

Luca era gay

e adesso sta con lei

Luca parla con il cuore in mano

Luca dice “sono un altro uomo”

 

Luca dice per 4 anni sono stato con un uomo

tra amore e inganni spesso ci tradivamo

io cercavo ancora la mia verità

quell’amore grande per l’eternità

poi ad una festa fra tanta gente ho conosciuto lei

che non c’entrava niente

lei mi ascoltava lei mi spogliava lei mi capiva

ricordo solo che il giorno dopo mi mancava

questa è la mia storia

solo la mia storia

nessuna malattia nessuna guarigione

caro papà ti ho perdonato

anche se qua non sei più tornato

mamma ti penso spesso ti voglio bene

e a volte ho ancora il tuo riflesso

ma adesso sono padre e sono innamorato

dell’unica donna che io abbia mai amato

 

 

*Da [an]notare che l’esibizione di Povia a Sanremo nella serata del 20 febbraio si è conclusa con egli che sollevava un cartello con su scritto SERENITÀ MEGLIO CHE FELICITÀ,  come illustra la compassionevole e pietosa immagine sottostante.

 

 

     

 

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   Post Scriptum

 

   Mai avrei pensato di giungere al punto di scrivere un articolo dicendo la mia [?] sulla suddetta questione.

   Anche perché quello che per tanto tempo ho creduto fosse il testo della canzone di Povia, in quanto qualcuno lo aveva immesso nella rete spacciandolo per quello vero, non era cosi idiota da suscitare in me la reazione che invece ha destato quello effettivo di cui ho appreso la conoscenza solo ieri sera.

   Anzi, debbo dire che per taluni aspetti, l’ho reputato anche degno di attenzione.

Non so chi ne sia l’autore – che all’occorrenza è invitato a palesarsi – ma lo riporto qui a seguire.

 

 

 

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Luca era gay

[Testo ufficioso]

 

È l’una fuori piove e non hai voglia di dormire

Solo un film in bianco e nero e nessun amico in giro

E il sangue ti ribolle e non te lo sai spiegare

O forse non lo vuoi capire…

E cerchi di scappare senza sapere dove

E a spingere il pedale è il fuoco nelle vene

Ma la strada ti conosce e non ti fa sbandare

Anche se a sedurti spesso è un cuore ad ore..

Dalle casse arriva lenta una canzone

E un dj bastardo no non smette di parlare

E quasi ti sorprendi ad alzare il volume

Cosi che il mondo fuori scompare….

 

E aspetti il ritornello per cantare a squarciagola

Aspetti un giorno nuovo per dire oggi gira..

Ma cosa ti rimane di una stella che non cade..

In fondo..tutto resta uguale…

 

È l’una fuori piove e questa voglia di volare

è solo fame chimica di un salto senza fine

È solo quel bisogno che hai di essere te stesso

ora un po’ più vivo..domani un po’ più perso

Ti fermi a guardare ancora un treno che non passa

in un binario vuoto bestemmi e chiedi cosa ci resta?

E pensi per un attimo di aver la risposta

Ma in tasca hai un biglietto aperto per un’altra corsa

 

Ma forse quel che dico, o forse quel che penso

è come un fiammifero che scalda il cielo d’agosto

e bruci un po’ di vita davanti a un albero di mele

Mentre l’alba distratta compare

 

Gridando fa lo stesso, tu lo sai quello che hai perso

E quasi ti convinci che ogni sogno ha il suo prezzo

E scrivi un bel finale da poter poi raccontare

E inventi un lieto fine così almeno puoi sognare

Certo non hai vinto ma di sicuro neanche hai perso

Sei nell’intervallo pronto a fare un altro scatto

Sempre lì ad amare ciò che vuoi dimenticare…

In fondo tutto resta uguale

 

 

 

 

   .:.

   Come dite?

   Non ho ancora espresso la mia posizione chiara e netta in merito alla diatriba in corso?

   Non ho ancora portato degli argomenti che avallino suddetta posizione [se mai l’avessi?]

   Non ho ancora dichiarato d’essere a favore o contro chi?

   Ma che c’entro io [con voi]?

   Io incarno il Principio del Contraddittorio.

   Io rappresento l’eccezione, che [dis]conferma la regola.

   Che cosa intendo dire?

   Che dirti…?

   Se incarni anche tu il Principio del Contraddittorio lo saprai da te.

   Se non lo incarni non c’è proprio niente che io possa dirti per illuminarti a riguardo.

   E, anche se tu avessi facoltà di recepire quel che avrei da dirti, mi guarderei bene dal farlo.

   Io Sono Contro Me Stesso.

   E non augurerei a nessuno di voi una sciagura di simili proporzioni.

   Chi ha orecchie per intendere…

 

                                                                                                      La Voce di Narciso

 

 

 

 

 

Contro Me Stesso

di Morgan

 

E sono contro me stesso

Ma quale sopravvivenza?

Quale premura e urgenza c’è nell’aumentare la paura

E non avere cura di sè?

Spostando ogni giorno più in là il limite psicofisico di resistenza

Con la sola scusa dell’autocoscienza

Io sono l’unico su cui puoi contare

Perché son contro me stesso

Ma quale intelligenza?

Quale premura e urgenza c’è a non avere stima di sè?

Faccio di tutto per impedire il mio successo stesso

Perché son contro me stesso

Perché ogni vincitore per natura deve dominare

E per forza comandare

E non può nessuno subire

E io mai ti potrei ferire

A meno che tu non mi voglia amare

Io non mi curo non intendo ringiovanire

Non ho nulla da preservare o centellinare

Non ho giorni da dimenticare

Fotografie nascoste o ambizioni di perfezione

Io non simulo il mio progresso

Perché son contro me stesso

Io son contro me stesso

No, non simulo il mio progresso

Perchè son contro me stesso

Io non simulo il mio progresso

Perché son contro me stesso

Non ho giorni da dimenticare

Fotografie nascoste o ambizioni di perfezione

Io non simulo il mio progresso

Perchè son contro me stesso

Io son contro me stesso

  

 

 

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Dedicato a chi è in coma da una vita

   

    Noi e il corpo di Eluana

    di Alessandro Bergonzoni

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  Una certa giornalista Rai del Friuli ha visto [o solo guardato?] Eluana anzi, il suo corpo. Ha usato queste parole: “bel pigiama”, “con la lingua che penzolava e la bava”,  con “l’espressione dei cerebrolesi” e altre banalità gravi, non innocue e che vanno oltre il concetto di rispetto, ma ciò che è peggio, di intelligenza. Chiunque può decidere cosa pensare di ciò che vede o ciò che sente, ma c’è un limite a tutto.

   Ma cosa è un cerebroleso? Cosa è così inguardabile o improponibile quasi come fosse una minaccia il “se vedeste”? Che idea ci si fa del danno, delle differenze, del male e della diversità, della bellezza e della deformazione? Non sarà che a forza di guardabile, informazione, cronaca e inviati di tutti i generi, certe categorie non hanno più la capacità di discernimento, di osservazione, di sensibilità, di tatto intellettuale? Troppi Grandi fratelli? Troppa realtà come alibi di fronte all’enormità dell’esistenza? Troppa tv come scuola?

   Con raccapriccio non mi raccapezzo più.

   Ma cosa avete visto fino a oggi, dove vivete? Avevate bisogno del clamore di una storia come questa per vedere i dolori, i cambiamenti, le metamorfosi? Che tristezza, che pochezza, che anime storte, che povertà assoluta!

   Queste frasi sono inumane, non la vita artificiale e la sua sovrumanità!

   Che pena la finta pena penosa, che bassi profili! Ma quando si insorge? Quando ci si ribella al poco, al corto, al personale bieco, all’incapacità di vedere oltre? Chi potrà mai insegnare a certa stampa, a certi addetti ai lavori, non l’etica, non la morale, non la fede, o la costituzione, ma l’Esistere, l’Incommensurabile, il Metafisico, la Trascendenza?

   Quale istruzione, dio, vita, presidente servirebbe, quali esempi, quali coinvolgimenti, per far sì che l’uomo cominci ad allargare i suoi stitici orizzonti, le paure frustranti, questo bastarsi ormai consunto? E ci chiediamo perché interessa di più un’hostes che ciancia, ci si dimette per mancanza di attenzione, ci si stupisce per l’audience del nulla, foraggiata? Le risposte sono già dentro le domande. Non guardiamo altro che quello che crediamo, mai oltre il sembra, mai più in la del maledetto e solo reale, mai un sesto senso, mai energia ulteriore, solo casi, scoop, avvenimenti, fatti, incapaci di saper avvenire, solo preda dell’avvenenza, del piacevole, del presentabile, dell’accettabile. E così lasciamo solo alla chiesa la parola anima, ad una fede la parola infinito, alla scienza e al diritto il parlare delle norme e mai dell’Enorme, dell’Indicibile, dell’Impossibile.

   Ma in un ospedale, prima di questo caso, in una rianimazione, in un manicomio, in un ospizio, ci siamo mai andati? E a vedere cosa? A cercare chi? Tutte quelle malattie rare, genetiche, invasive e devastanti che coccoliamo nelle sedi utili e importanti come il Thelethon o altre, fan parte dei nostri risparmi di beneficenza o possono renderci alti e altri? Oltre…

   Qui non c’entra più il caso Englaro, e si lasci stare il mondo di una famiglia comunque devastata a modo suo. Si tratta ormai di altri mondi e di altre devastazioni. È una cultura che manca a tanti di vedere dentro, la mania di pensare solo alla ricerca scientifica, giusta, ma mai a quella interiore, l’abitudine di parlare solo di politica, di sociale, di civile, certo necessario, ma non prima di aver scavato oltre, con altra preparazione. Mai oltrepassare il “posso”? Mai urlarsi? Mai scendersi nella piazza interiore? Cominciamo a scoperchiare le fobie dell’ansia di sicurezza che divide sempre il malato, il diverso, il devastato da chi sta bene [bene? Leggendo certi pareri ci sarebbe da fare sedute fiume, puntate illimitate su cosa sia il bene, il bello, il buono, l’inguardabile, degno o incredibile].

   Capi di partito che credevano Eluana la stessa delle foto, altri che immaginavano tubi e macchine dappertutto, altri che non credevano o preferivano travisare, inventare, sperare. Non si tratta più di legge o no, di testamento biologico o no. Qui è una logica che è problematica, la logica di non concepire l’inconcepibile, di interessarsi alla morte solo davanti alla morte. Schieramenti, vittorie, sfide, ma non si passa mai a cercare il sé, solo l’io, solo ciò che appare, che riusciamo e che conviene, ciò che si ha, che si racconta, allargando le braccia all’evidenza. Invece possiamo chiederci quale evidenza, per chi e per quanto ancora? È democratico chiederselo? È lecito? È rispettoso? O bisogna stare in silenzio?

   Prima di pensare come accettare il legiferare, come arrivare davanti a un notaio per il nostro libero futuro, proviamo ad aprire il dibattito nel nostro parlamento interno, nel governo privato, nella repubblica interiore, per non farci impalare da persone che pensano senza pensieri, che confondono sogni con desideri, corpo con utilità e vivacità, vita con la “loro” vita, soddisfazioni e progetti con gioventù, esistenza unilaterale e dogmatica, quella sì, priva di forza d’anima.

   Non c’entrano più la chiesa e lo stato, la scienza o la giurisprudenza, i giovani o i diseredati, i barboni o gli stati vegetativi. Siamo noi in coma da una vita, idratati solo dalle notizie e alimentati artificialmente dal reale, dal presente, dal comodo, dall’unica verità.

   Basta!

   No non ci basta! Che la Rivelazione ci sfoderi il terzo occhio, che lo stato che ci interessa di più sia quello di cambiare stato d’animo, di giudicare quel che sembra non muoversi, fermo. Gli infermi di mente mi preoccupano meno dei fermi di mente. Altri Englaro si ribellino in nome dei loro cosiddetti “cerebrolesi”, dei loro inesistenti, dei loro spenti. Chiedano a governo e presidenti ciò che spetta loro di diritto [anche questo è un diritto se si vuole pari o superiore all’autodeterminazione] così da non far più dire a certi uomini che la verità sta solo e soltanto dalla loro parte. E il dubbio? Un bel forse davanti al limite, soprattutto limite “nostro”, non sfiora a quella giornalista della Rai del Friuli così sconvolta, mi pare sconvolta da se stessa?

   Smettiamo di indossare solo i panni di attore, del giornalista, del dottore, dell’industriale, del sano. Cominciamo altri Mestieri-Misteri, abbracciando gli enigmi, toccando la complessità delle meraviglie, accarezzando la difficoltà imprescindibile, con un bel salto nel pieno, lasciando parcheggiato il vuoto vicino alla rabbia e alle sue scuse. E se vogliamo – e voliamo – dobbiamo parlare anche d’amore.

   Chiedo molto. Perché è di molto che abbiamo bisogno, il poco abbiamo visto i danni che fa, le metastasi culturali, i tumori intellettuali che ci porta. Forse molti di noi dovrebbero portare sotto la scritta “nuoce gravemente alla salute”. Certo molti possono dire “io non sono così”: ma come esiste il fumo passivo, esistono anche altre passività subite, dannosissime se perpetrate, inalate. Anche questo rientra nelle libertà subliminali e sublimi. Non scordiamolo, dato che, giustamente, amiano tanto la memoria. Solo che certe malattie la scienza pretende di vederle e curarle, altre non le vuole vedere, nemmeno guarire, perchè significherebbe mettere finalmente in dubbio la propria curassica certezza, i personali poteri [nel senso di limite camuffato], a dispetto di una potenza che all’essere umano non deve essere più preclusa se si vuole continuare a piangere, protestare, pretendere giustizia, desiderar crescere, cambiare la “nostra” condizione condizionata, o troppo umana.

   Non possiamo più dire di non sapere adesso…

   Se vorremo potremo pure staccare la spina, ma almeno continuiamo ad annusare prima le rose!

 

   Da un nauseato non sopportatore e non silenzioso nel confronto di dogmi

   e da un umile e rispettoso – ma non modesto –

   amante del dubbio e della mutazione.

 

                                                                                                          Alessandro Bergonzoni

 

   13 febbraio 2009

 

 

Il Superficiale è un Animale Sociale

 

 

 

                                                                                                 Esistere è un plagio.

                                                                                                                                           Emile Cioran

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   In tempi come quelli odierni nei quali col proliferare delle comunità virtuali in rete – anzi, con l’assecondare noi tutti la moda della community che più ‘va’ al momento – pare che tutti abbiano bisogno di tutti e nessuno basti più a se stesso io, assecondando l’istinto – del resto, proprio di chi basta [o forse è convinto di bastare] a se stesso – che mi porta ad andare a priori nella direzione opposta a quella nella quale tutti vanno [chissà per quale ragione], senza neppure chiedermi se è lecito o no farlo, ma solo per un bisogno di distaccarmi dal gregge. Del resto, proprio di tutti coloro che sono [quasi] condannati a potersi sentirsi a proprio agio solo con una minoranza di persone e, di conseguenza, sono irrimediabilmente votati alla Solitudine, getto lì un’altra di quelle mie bombe che taluni, purtroppo – ahiloro! – accoglieranno come l’ennesima provocazione che lancio per indispettire qualcuno, e che altri, per fortuna, invece, accoglieranno per quello che effettivamente è: un semplice [e mica poi tanto] invito a riflettere.

   Ebbene, in questi giorni mi sono chiesto per quale ragione a volte cercare gli altri e la loro compagnia ci appare come un urgenza improrogabile, ed a volte invece il solo pensiero ci fa orrore.

   Ebbene, io azzardo [ma nemmeno poi tanto] nel dire che cerchiamo gli altri unicamente nei momenti di tregua di quella guerra rappresentata dalla forzata risoluzione degli innumerevoli problemi di ordine pratico e, [non] volendo, anche di quelli legati alla salute, che si presentano nel corso della nostra vita.

   Se siamo anche filosofi e – già che siamo in argomento [e in questo blog lo siamo sempre in effetti] –in più Mal Nati, alla lotta per la sopravvivenza si aggiunge quella con Noi Stessi, con l’Inafferrabilità della Verità – per definizione, diceva Nietzsche, puttana – e con il Non Senso della Vita.

   Diveniamo sociali nel momento in cui possiamo permetterci di essere superficiali, ed antisociali nel momento in cui non possiamo più permettercelo.

   Tutto qua.

   Ma allo scopo di non sollevare l’indignazione dei [sedicenti e secredenti] filantropi, la metterò in maniera [solo] leggermente [e apparentemente] diversa. Diciamo che siamo antisociali nella misura in cui siamo ossessionati da noi stessi e da tutto ciò che compromette il buon andamento della nostra vita, impedendoci di raggiungere quelle soddisfazioni piccole o grandi che siano – dato il nostro radicale e radicato egoismo onnivoro, in genere non facciamo differenza tra le une e le altre – che ci rendono piacevole e [per questo] aggiungerei sopportabile il vivere. Ma non mi fermo a dir ciò. In fondo, non ho detto proprio nulla di nuovo, dal momento che tutti fin dalla nascita sappiamo benissimo che è cosi, anche se a tutti fa comodo non solo non riconoscerlo ma che anche gli altri non lo riconoscano.

   Ebbene, io azzardo nuovamente nel dire che smetteremmo del tutto di cercarli gli altri se ci rendessimo conto che quegli stessi momenti di tregua ai quali mi riferivo poc’anzi sono al tempo stesso anche i soli nei quali poter trovare Noi Stessi ed il [Non] Senso della Vita.

   E questo non vale solo per i filosofi e i Mal Nati, ma per tutti.

   E qualora ciò avvenisse, le ansie legate alla risoluzione dei problemi di ordine pratico – tralasciando quelli legati alla salute, non pertinenti al ragionamento – ci farebbero sorridere se paragonate a quelle che avevamo fino a quel momento evitato allo scopo di sfuggire a Noi stessi ed al [Non] Senso della vita. A chi di noi non è capitato in un momento in cui non desidererebbe altro che stare da solo, o perché è incazzato nero o perché vorrebbe e(o) potrebbe fare qualcosa per rimediare a questa incazzatura, di trovarsi in compagnia di qualcuno, anche e soprattutto di qualcuno a cui ha sempre voluto bene e, per questa ragione, non avrebbe motivo per nutrire dell’odio nei suoi confronti, ed accorgersi di essere infastidito in una maniera intollerabile dalla sola sua semplice presenza, fino a sentirsi costretto a reprimere degli impulsi di una violenza inaudita che indirizzerebbe senza pietà alcuna nei confronti di costui e forse addirittura senza alcun pentimento postumo, e non riuscire a darsene una plausibile spiegazione e, soprattutto, non sentendosi nemmeno a sentirsi in colpa per ciò?

   Eppure una spiegazione c’è.

   La spiegazione è che, a dispetto di quello che si crede – a dispetto soprattutto di chi ancora lo crede –  non è affatto vero che l’uomo è un animale sociale, e semmai, è vero l’esatto contrario. E quello sopra descritto non è altro che uno dei tanti momenti nei quali viene a galla prepotentemente ed inelegantemente questa verità e ci pare sia per noi umanamente impossibile sottrarci ad essa. La verità è che a tutti gli effetti le cose stanno proprio cosi. E non costa nemmeno quel sacrificio che si crede costi ammetterlo una volta per tutte.

   Quando percepisci l’impossibilità a sottrarti a maledire il tuo prossimo anche solo per la semplice ragione che si trova lì dove è, che percepisci la sua presenza come fastidiosamente ingombrante, che esiste [addirittura], è il momento in cui interpreti la solitudine per quella che davvero è, ossia, un obbligo nei confronti di Te Stesso e, paradossalmente, anche degli altri [se davvero ci tieni a non maledire nessuno e nei casi più estremi non a fargli del male] al quale fintanto sei Lucido non puoi non adempiere.

 

 

 

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    La mia nascita non ha apportato

    nessun contributo al divenire dell’universo,

    né la mia morte diminuirà la sua intensità e il suo splendore.

    Nessuno mi ha mai potuto spiegare perché io sia venuto,

    né perché me ne debba andare.

    Quando cesserà la mia esistenza

    non ci saranno più rose, né cipressi, labbra rosse, né vini profumati.

    Non ci saranno più aurore né crepuscoli, né pene, né allegrie.

    L’universo stesso cesserà di esistere,

    poiché la sua realtà dipende dai nostri pensieri.

    Non ho chiesto io di vivere.

    Mi sforzo di accettare senza collera né sorprese

    tutto ciò che la vita mi offre.

    Ugualmente partirò senza chiedere a nessuno

    il perché di questa mia strana fermata su questa terra.

    Accontentati di avere pochi amici.

    Non cercare di accrescere la simpatia che puoi provare per qualcuno.

    Prima di stringere la mano a un uomo

    domandati se quella stessa mano un giorno non ti colpirà.

    Il nostro mondo: un granello di polvere nello spazio.

    Tutta la scienza dell’uomo: parole.

    La città, gli animali e i fiori di sette climi: ombre.

    Il risultato della tua perfetta meditazione: il Nulla.

 

                                                                                                  Omar Khayyam (1050-1122)

                                                                                                  poeta e scienziato persiano

 

 

 

Il Mondo di Holden

 

  

   Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia schifa infanzia e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo ai miei genitori verrebbero un paio d’infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto – chi lo nega – ma anche tremendamente suscettibili. D’altronde non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare la mia dannata autobiografia e compagnia bella. Vi racconterò soltanto le cose da matti che mi sono capitate verso Natale, prima di ridurmi così a terra da dovermene venire qui a grattarmi la pancia…

                                                                                Jerome David Salinger, Il giovane Holden

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   La trama de Il giovane Holden è tutta qua. Un ragazzo che esce dal college e cerca di ritardare il più possibile il momento in cui arriverà davanti a suo padre per dirgli di essere stato espulso dalla scuola. Tutto qui. Poca roba. E non sarebbe niente, se non fosse che di mezzo c’è questo ragazzino. Il suo vagabondare ed il suo raccontarvi tutto ciò che vede, pensa. Racconta un sacco di stupidate, ma in tutto quello che racconta c’è un modo di guardare il mondo. Un modo di guardare New York, la gente, le suore, il parco: qualsiasi cosa che lui veda. Un modo di guardare tutto questo che è assolutamente particolare. E che è poi la ricchezza di questo libro.

   Ora, raccontarvi quale è il modo di Holden di guardare il mondo è molto difficile. Bisognerebbe leggere tutto il libro. Però qualcosa possiamo provare a dirla. Per esempio. ..

   Ad un certo punto Holden ricorda un giorno in cui sua madre gli ha regalato un paio di pattini a rotelle. Una cosa semplicissima. Lo ricorda e poi dice:

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   Succede quasi sempre che quando qualcuno mi fa un regalo, finisce che io divento triste.

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   Una frase, niente di più.

   Ora voi, pensateci, se qualcuno vi fa un regalo. La prima reazione è, probabilmente, che voi siete contenti. La seconda è lo stupore. La terza: curiosità. Ce n’è una serie di banali, di ovvie, di normali. Ma se voi ci pensate bene, dietro, dietro, dietro…un po’ di tristezza c’è sempre. Uno vi fa un regalo e, sotto, sotto tutto il resto, c’è una punta di tristezza. Chissà perché? Forse perché uno si sente debitore, forse perché uno pensa che non se lo merita, che ne so?, l’imbarazzo di ricevere un regalo, mi piacerà o non mi piacerà?…Ma, certo è che, dopo la prima fila di emozioni, la seconda, la terza,…ad un certo punto arrivi e c’è un grano di tristezza.

   Ed allora capite bene Holden cosa è che vede.

   Quello che stà dietro.

   Cioè, non la prima fila, la seconda, la terza. Ma la quarta fila.

   La reazione a quello che ti succede che a differenza delle altre è un po’ più nascosta.

   Tutto il mondo che stà in quarta fila: quello è il Mondo di Holden.

   Questo ragazzino che non riesce a vivere il primo, il secondo, il terzo stadio, infatti viene espulso dalle scuole, con la famiglia ha dei problemi, eccetera…cioè, non riesce a vivere le cose che tutti vivono, ossia, la prima reazione che ti viene addosso a tutto quello che ti succede, però, ha una sensibilità esasperata per quel che stà dietro. Lui vede e pensa tutto quello che stà dietro. Quasi come se la ribellione a tutto quello che sta davanti fosse la clausola per diventare dei geni nella scoperta di ciò che stà dietro. E’ tutto così Holden. E’ sempre così.

 

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   Quello che aveva di grande Salinger è che scriveva con leggerezza. E, soprattutto, più erano cose serie più usava la penna leggera. La scena più seria, per così dire, de Il giovane Holden è l’incontro tra il ragazzino Holden e la sua sorellina, che si chiama Phoebe ed ha dieci anni.

   Holden dice di sua sorellina: “È un genio”.

   E, in effetti, questa bambina che appare a un certo punto, è la figura saggia nella vita di Holden, paradossalmente. D’altronde in tutti i racconti e le storie che ha scritto Salinger c’è sempre questo privilegiare i bambini, il colloquio con i bambini come l’unico che c’è rimasto veramente autentico: un luogo della saggezza. Cosi anche Holden sente a un certo punto durante questo suo vagabondare il bisogno di parlare con la sua sorellina. E allora va fino a casa dei suoi, si infila in casa di notte, non sa nemmeno se ci sono i suoi oppure no, si infila nella stanzetta della sorellina e la sveglia.

   E li vi dovete immaginare la scena di questi due ragazzini, lei dieci anni e lui sedici, nel buio, lui non sa nemmeno se nella camera vicina ci sono i genitori, poi scopre che non ci sono ma stavano rientrando. Insomma, tutto un po’ clandestino, tutto un po’ pericoloso. E c’è questo lungo dialogo tra loro due. Meraviglioso. Sembra un racconto in un romanzo. Bellissimo.

   E questa bambina all’inizio, quando lui le dice che lo hanno espulso dalla scuola per l’ennesima volta, dice solo “papà ti ammazza…papà di ammazza…”. Poi ad un certo punto viene fuori la vecchia Phoebe saggia, e lo inchioda. Lo inchioda con una domanda che è, si, rivolta a lui, ma è rivolta al tempo stesso a tutta la generazione che fece di lui un simbolo. E gli dice questo…

 “Si, tu mi hai raccontato tutte queste cose. Son tutti scemi, a scuola sono tutti stupidi, i professori sono fessi, anche papà e mamma lo stesso…Ok, ma a te non piace niente di quello che succede.”

   E Holden dice: “Ma no, non è vero, a me piacciono…”

 “No”, ribatte lei, “a te non piace niente. Prova a dirmi una cosa. Dimmi una cosa che nella vita ti piace, ma che ti piace veramente!”

   E lo inchioda. Perché lui non ha risposte. E lei continua, non lo lascia scappare. Gli dice…

 “Dimmi una cosa che tu vorresti fare da grande. E che ti piace.”

   E allora lui prova, e dice: “Mah, forse l’avvocato, chissà forse il giornalista…etc…”

   Ma non ha una risposta.

   Ed è la domanda, in generale, a tutto un mondo, il mondo che rifiuta la vita normale e il sistema.

   Si, va bene, ok, rifiuti. Ma c’è almeno qualcosa che ti piace? Cosa vuoi fare da grande?

   Holden è inchiodato.

   Poi ad un certo punto trova una risposta. Ed una risposta da Holden, una risposta nascosta.

   Questa risposta qui…

 

   “Sai cosa mi piacerebbe fare?” dissi, “…sai cosa mi piacerebbe fare se potessi fare quell’accidente che mi gira, voglio dire?”

   “Cosa? Smettila di bestemmiare…”

   “Sai quella canzone che fa ‘Se scendi tra i campi di segale/e ti prende al volo qualcuno’…?”

   “Se scendi tra i campi di segale e ti viene incontro qualcuno…” disse la vecchia Phoebe “…è una poesia di Robert Burns.”

   “Lo so che è una poesia di Robert Burns”.

     Però aveva ragione lei, dice proprio ‘Se scendi tra i campi di segale e ti viene incontro qualcuno…’

     Ma allora non lo sapevo.

   “Credevo che dicesse ‘…e ti prende al volo qualcuno’…” dissi…

   “Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale…eccetera eccetera…Migliaia di ragazzini. E intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi, sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo. Voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno. Io devo saltare fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro per tutto il giorno. Sarei soltanto L’Acchiappatore nella Segale. E via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia…”

   La vecchia Phoebe non disse niente per molto tempo. Poi, quando finalmente si decise a dire qualcosa, tutto quello che disse fu: “Papà t’ammazza”.

 

   Cosa ti piacerebbe veramente fare da grande? L’acchiappatore in un campo di segale. L’acchiappatore di bambini che volano giù da un precipizio in un campo di segale. Una risposta da Holden.

   L’acchiappatore in un campo di segale è in inglese The Catcher in the Rye.

   Un titolo intraducibile, perché un libro che si intitola così uno non lo compra, ovviamente.

                                  

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   Alessandro Baricco da Pickwick – Del Leggere e dello Scrivere.

   Il titolo del programma richiama il protagonista de "Il circolo Pickwick" di Charles Dickens, che girava sempre con un libro sottobraccio.

   Nel programma in 10 puntate di 50 minuti circa, condotto da Alessandro Baricco e Giovanna Zucconi nel 1994, in primo piano c’è la narrativa, vista attraverso le storie e le frasi più significative di un libro classico. La trasmissione approfondisce un particolare aspetto letterario attraverso l’intervista ad un personaggio famoso, invitato in qualità di lettore.

   Al termine un spazio dedicato agli ultimi libri editi recensiti dai due conduttori.

   Anche la musica ha un ruolo importante in questo programma, in ogni puntata uno strumento musicale accompagnerà lo svolgersi del viaggio letterario.

   La scenografia riproduce una locomotiva che ricorda quanto accadeva nel 1845 nella stazione di Paddington: a chi saliva sul treno veniva dato un libro per distrarlo dal timore che spesso incuteva il nuovo mezzo di locomozione. [fonte: RAI]

 

 

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Povero me

 

 

 

 

 

 

Cammino come un marziano

Come un malato

Come un mascalzone

Per le strade di Roma

Vedo passare persone e cani

E pretoriani con la sirena

E mi va l’anima in pena

Mi viene voglia di menare le mani

Mi viene voglia di cambiarmi il cognome

Cammino da sempre sopra i pezzi di vetro

E non ho mai capito come

Ma dimmi dov’è la tua mano

Dimmi dov’è il tuo cuore

 

Povero me! Povero me! Povero me!

Non ho nemmeno un amico qualunque per bere un caffè

Povero me! Povero me! Povero me!

Guarda che pioggia di acqua e di foglie

Che povero autunno che è

Povero me! Povero me! Povero me!

Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me

Povero me! povero me! Povero me!

Guarda che pioggia di acqua e di foglie

Che povero autunno che è

Guarda che pioggia di acqua e di foglie

Che povero autunno che è

 

Cammino come un dissidente

Come un deragliato

Come un disertore

Senza nemmeno un cappello

O un ombrello da aprire

Ho il cervello in manette

Dico cose già dette

E vedo cose già viste

I simpatici mi stanno antipatici

I comici mi rendono triste

Mi fa paura il silenzio

Ma non sopporto il rumore

Dove sarà la tua mano dolce

Dove sarà il tuo amore?

 

Povero me! Povero me! Povero me!

Non ho nemmeno un amico qualunque per bere un caffè

Povero me! Povero me! Povero me!

Guarda che pioggia di acqua e di foglie

Che povero autunno che è

Povero me! Povero me! Povero me!

Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me

Povero me! Povero me! Povero me!

Guarda che pioggia di acqua e di foglie

Che povero autunno che è

Guarda che pioggia di acqua e di foglie

Che povero autunno che è

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                                           Francesco De Gregori

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Unprotected

  

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   Non Protetti – sia per volontà che per impotenza –

non abbiano potuto impedire che tutto si verificasse

esattamente in tal guisa da non poter sottrarci

all’effetto dell’Incantesimo e dell’Incanto.

   Destatomi ancor posseduto dall’amabilissimo demone

che ha orchestrato e diretto il nostro empatico amplesso,

mi muovo inerme e spaesato nell’ordine di cose stabilito

dal Me che ero prima che sopraggiungesse l’[in]Atteso Evento,

e [cosi è se] mi pare di non riuscir a concepire altra vita

al di fuori di quella ho avuto in dono da te.

 

   Passerà, mi dico. Passerà?

   Ma, soprattutto, voglio che passi?

   Io che non voglio più nulla

se non cercare l’oblio delle voglie

e delle relative conseguenti doglie

che l’esser orfani del Supremo Connubio

inesorabilmente chiama a raccolta.

 

   Io Sono l’Oblio

di quel mercanteggiar placido [in oblio]

a cui mi consegno volontariamente in ostaggio

quando l’assenza dell’Altra Metà dell’Amore

fa sì che io dimentichi l’Alta Meta dell’Amore.

   Io Sono l’Oblio

   della Vita quando non sa di Vita.

   Tu che rin-vieni al mondo partorendo Me

   sei al nascitura-madre a cui devo la vita.

 

   Or dunque dimentichiamo[ci]

nell’Abbandono d’ogni resistenza

a coincider con la propria Essenza

a cui riconoscersi nell’altrui Voce

in vece d’uno specchio che rifletta l’Anima

per volere della Divina Provvidenza elegge.

   Giunto è il giorno che io comprendessi

appieno questi versi di Battiato,

ebbro di Tutto quel che è Accaduto

e che ancora magistralmente accade.

   Si verificano soltanto i Miracoli,

tutto il resto è scontato.

 

   E ti vengo a cercare
anche solo per vederti o parlare
perché ho bisogno della tua presenza
per capire meglio la mia essenza.


   Questo sentimento popolare
nasce da meccaniche divine
un rapimento mistico e sensuale
mi imprigiona a te.
   Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri
non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
fare come un eremita
che rinuncia a sé.


   E ti vengo a cercare
con la scusa di doverti parlare
perché mi piace ciò che pensi e che dici
perché in te vedo le mie radici.


   Questo secolo è oramai alla fine
saturo di parassiti senza dignità
mi spinge solo ad essere migliore
con più volontà.
   Emanciparmi dall’incubo delle passioni
cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male
essere un’Immagine Divina
di questa realtà.

   E ti vengo a cercare
perché sto bene con te
perché ho bisogno della tua presenza.

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   dedicata

 

Narciso [l'Oltr]e Don Giovanni

Un Esercizio di Perfezione

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   Non so agli altri, ma a me è stato quasi sempre sufficiente limitarmi ad osservare una persona per intuire se i nostri rispettivi mondi dimorassero nella stessa galassia o addirittura coincidessero.

   E addirittura a volte mi basta anche un solo sguardo per capire “il mondo che una persona si porta appresso” e decidere se è il caso o no di affiancarlo al mio, o, perché no?, di far sì che si intersechi con il mio fino a compenetrarsi totalmente con esso per dar origine addirittura ad un nuovo mondo: quello che può aver luogo solo quando nasce una Grande Amicizia o, soprattutto, un Grande Amore.

   Ed ora dirò qualcosa che pochi, credo, avrebbero il coraggio di ammettere fino in fondo, perchè pare non sia bene far proprio il seguente ordine di idee.

   È difficile che io inizi a parlare con una persona o a scrivermi con lei per “conoscerla meglio”. Mi interessano più le persone in quanto esseri contraddistinti da una peculiarità magari anche indefinibile ma che li rende Unici e pieni di Fascino ai miei occhi, che le loro idee.

   Nel momento in cui mi avvicino ad una persona e le do confidenza lo faccio unicamente perché intendo conquistarla e diventare in qualche modo, nel mio piccolo, artefice del suo destino.

   Nel caso delle donne è ancora più ampio il discorso, in quanto alcune di loro le vedo come delle vere e proprie Opere d’Arte in cammino, o in movimento che dir si voglia, e mi riesce difficile se non addirittura impossibile immaginare che inaugurando un discorso con loro possano dirmi qualcosa che mi induca a ritornare sulla decisione da me antecedentemente presa di sedurle.

   Forse sto estremizzando e, direi, esasperando un po’ troppo i termini della questione.

   Non vorrei passare per uno che con le donne, diciamo, “ci prova” a priori.

   Pur riconoscendo che ciò non sia del tutto lontano dalla verità.

   Sicuramente non ho problemi ad ammettere che mi capita spesso di trovare donne interessanti – anche perché sono in numero molto maggiore degli uomini interessanti, anche a quanto dicono le stesse donne  – che io, sia chiaro, non è che corteggio nel senso più convenzionale del termine.

   Diciamo che, anche se solo per una frazione infinitesimale di secondo, mi piace lasciar credere alla donna in questione che ho pensato a “quella possibilità” tra me e lei – e ciò indipendentemente dal fatto se la donna in questione è attualmente libera o invece fa coppia con qualcuno.

   Il risultato è che molte ne restano lusingate al punto tale da affezionarsi irrimediabilmente a me.

   Anche perché si rendono conto che non oltrepasso mai la soglia oltre la quale dal piacere, in fondo, galante di far sentire una donna desiderata, dovrei passare ai cosiddetti “fatti”, non dico irrimediabilmente, ma nella stragrande maggioranza dei casi, volgari, impoetici ed ineleganti.

   Il momento di massimo piacere per un Don Giovanni è quello nel quale vede la donna con la quale si è appena intrattenuto far ritorno dal suo uomo ed accorgersi da alcuni segnali che ella [le] lancia inequivocabilmente – e che egli è abile più d’ogni altro nel riuscire a cogliere – che ella non ha più alcuna voglia di farlo in quanto avrebbe preferito restare ancora in sua compagnia.

   Potrebbe interrompersi lì la sua azione ed accontentarsi dell’obiettivo raggiunto. Ma egli è un uomo, e come tutti gli uomini, è alla continua ricerca della propria infelicità (!). Solo per questa ragione torna a cercarla e dalla pura teoria tenta di passare alla venale pratica.

   Nel momento in cui sopraggiungeranno le rogne, i guai, le complicazioni e l’inevitabile pentimento, ripenserà a quel momento nel quale aveva veduto la sua potenziale conquista allontanarsi da lui pur non avendone nessuna voglia, e si dirà: “ma chi me lo ha fatto fare di insistere con questa tipa?!”

   E da quel momento cercherà solo di tirarsi fuori al più presto da quella storia e di allontanare definitivamente da se quella donna, per partire immediatamente alla conquista di un’altra.

   Del resto, è anche il momento nel quale Don Giovanni percepisce il senso più profondo della sua solitudine, e non a caso tenta immediatamente di sottrarsi ad essa nel modo nel quale in assoluto gli riesce meglio di fare, ossia, per l’appunto, volgendo la sua attenzione ad un’altra donna e dirigendo i suoi sforzi al fine di farla sua, determinando una situazione analoga a quella dalla quale si da poco defilato, e cosi all’infinito.

   Ma se egli fosse come me, ossia, l’esatto contrario di un Don Giovanni – pur spacciandomi io furbescamente per tale a scopo unicamente propagandistico – ripensando al momento in cui la donna pur allontanandosi da lui le aveva fatto chiaramente intendere che era sua, non potrebbe fare a meno di pensare:

 “Ecco, quello si che era stato un momento veramente perfetto.

   Anche se io sono ancora più estremista e, direi, integralista in tal senso, in quanto faccio in modo di non ritrovarmi mai e poi mai nella situazione suddetta, che prevengo e, quindi, di norma evito.

   Ed il momento nel quale formulo il pensiero a cui egli approda col senno di poi è esattamente quello nel quale saggiamente andrebbe formulato, ossia, quello che ho definito di massimo piacere descritto all’inizio di questa breve disquisizione sul dongiovannismo: quello in cui capisci che da quel momento in poi ciò che è nato tra te e quella persona può soltanto degenerare in qualcosa di meno puro e soprattutto perfetto.

   Di primo acchito comprendo benissimo che possa sembrare sfiori l’assurdo la conclusione alla quale sono giunto, ma sono anche consapevole che sto dicendo qualcosa che, in fondo – anche solo per una frazione infinitesimale di secondo – percepiscono tutti – intendo sia donne che uomini, estendendo il discorso alle cosiddette Femmes Fatales oltre che ai Don Giovanni – ma che forse non avrebbero mai il coraggio di ammettere fino in fondo, semplicemente perché l’Assoluto spaventa tutti.

   Ma adesso, solo apparentemente, sposto il mio ragionamento altrove.

   Non nego di calcare sempre più la mano più di quanto già non faccia da tantissimo tempo nel dare un immagine di me totalmente agli antipodi dell’immagine dell’uomo che oggi viene visto dalla maggior parte delle donne come degno di considerazione o, in una sola parola, attraente.

   Faccio di tutto per discostarmi da questa immagine e coincidere invece con l’Immagine dell’uomo che a mio parere, anche la donna più vuota, stupida e superficiale di questo mondo, segretamente insegue, a volte addirittura senza esserne minimamente consapevole.

   Di tanto in tanto ne ha solo una timida avvisaglia, la vedo barcollare e chiedersi “ma che diavolo mi sta accadendo?” – non è casuale il riferimento al maligno! – ma si riprende subito non appena riacquista consapevolezza di quello che la morale, o la moda se preferite, corrente le ha imposto di credere, ed ecco che torna all’istante ad inquadrarmi nel modo in cui mi aveva inquadrato non appena mi aveva a malapena solo intravisto da lontano, e s’era fatta di me una idea ben precisa, che intuisco precisamente limitandomi solo a guardarla negli occhi senza che io mi scomodi a chiederle di illustrarmela.

   Ossia, l’idea che io sia qualcuno che è ancora convinto di poter affascinare le donne con l’aria dell’artista bohemien maledetto, buono solo a incantarti con le parole che ti sussurra in un orecchio o che ti scrive in una lettera o in una poesia che allegherà ad un omaggio floreale, o con le note che riesce a tirare fuori da uno strumento musicale, ma, all’atto pratico non è altro che un piantatore di grane, uno che da solo sole, un disperato, un perdigiorno buono a nulla, inaffidabile e, soprattutto, squattrinato – sottolineo squattrinato!

   Per fortuna ci sono ancora in giro quelle che amo definire le Ultime Romantiche a farmi ancora sperare che forse, quello che ho davvero da dare alle donne possa ancora trovare qualcuna che riesca non solo ad apprezzarlo, ma ad innamorarsene a tal punto da non riuscire nemmeno più ad immaginare di avere accanto un uomo che non corrisponda esattamente all’Ideale di Uomo che io perseguo – osservandomi dall’esterno con gli occhi delle donne – senza sosta e accanitamente a ‘mane a sera a notte.

   E quando riesci a far breccia nel cuore di una delle Ultime Romantiche, non c’è niente che lei possa più fare per tornare sui propri passi e conformarsi nuovamente al pensiero delle sue colleghe donne.

   Anche se dubito ci sia una sola donna a questo mondo temporaneamente al riparo dell’Incantesimo che potrebbe farle solo uno degli Ultimi Romantici che sia pronta a riconoscerlo.

   Per fortuna, però, ce ne è ancora qualcuna disposta ad assecondare il desiderio di “lanciarsi in una storia” con un uomo dalle caratteristiche – più o meno corrispondenti alla verità – sopra indicate, anche a rischio di ritrovarsi un bel giorno in un mare di guai o a soffrire atrocemente a causa sua e, quindi, costretta a dover pensare tra se e se: “ma chi cavolo me lo ha fatto fare di insistere co ‘sto tipo?!”

   Probabilmente, anche quest’ultima non è che una illusione per me.

   Ma è una illusione della quale ho bisogno di cibarmi per non rassegnarmi definitivamente al fatto che io sia un uomo d’altri tempi, talmente d’altri tempi da non aver motivo per esser presente in nessun contesto di quelli attuali nella speranza che anche una sola donna possa apprezzare il mio valore.

   Io ogni qual volta entro in un pub, in un locale notturno, o anche in un centro commerciale o in qualsiasi altro luogo affollato di gente quale può essere una via del centro cittadino devo credere che è lì presente almeno una ragazza che anche solo intravedendomi da lontano si chieda:

 “Ma da dove cavolo è uscito sto tipo?”.

   E da quel momento, che ella sia in compagnia del suo uomo o meno, arsa all’istante dal desiderio, debba pensare che sarebbe disposta a fuggire con me da qualche parte anche solo per un’avventura di una notte in qualsiasi momento le offrirei l’occasione per farlo, o quel giorno, o quella sera, o quella notte stessa.

   Ha scritto Coleridge…

 

Ciò che l’uomo desidera è la donna.

Ciò che la donna desidera è raramente qualcosa

di diverso dell’essere desiderata dall’uomo.

 

   È questo l’equivoco sul quale si fondano da sempre la gran parte dei malintesi tra gli uomini e le donne, che fa si che le une considerino fondamentalmente gli altri degli stronzi maschilisti, e che essi a loro volta le considerino delle puttane che godono più nel non concedersi che nel concedersi.

   Eppure sarebbe cosi semplice evitare tali incomprensioni che seminano odio, dolori e rancori inutili.

   Basterebbe solo accettare che le cose stanno così e basta.

   E mi riferisco soprattutto agli uomini, i quali si rassegnino una volta per tutte che…

 La donna è mobile qual piuma al vento

Muta d’accento e di pensier

 

   Ebbene, la maniera che ho trovato per difendermi da questa peculiarità propria delle donne è di assumerla io stesso, e non solo, ma di estremizzarla al punto tale da votarmi da un lato alla castità – questa non ve l’aspettavate e dal Narciso! – e dall’altro a lasciar credere alle donne che dalla mia alcova ci sia un continuo via vai di donne che entrano ed escono, e che chi di esse desideri accedervi debba aspettare il proprio turno.

   Non c’è limite a quello che riesco a lasciar immaginare ad una donna sul mio conto semplicemente limitandomi a guardarla dritta fissa negli occhi, e puntualmente, ad abbandonarla nel momento esatto in cui ella non ha il minimo dubbio che io stia per avvicinarmi a lei per compiere il famoso “primo passo”.

   Riesco a farle credere che lei potrebbe attendersi di tutto da me in quel momento.

   Meno la cosa che poi effettivamente vado a fare: per l’appunto, andar via.

   Naturalmente, mi guardo bene dal ripensarci ed agire invece di fuggire in questi casi.

   Perché mai dovrei correre questo rischio?

   Potrei essere smentito dall’evidenza dei fatti irrimediabilmente volgari!

   Ripeto, devo però credere che quel che non accadrà mai possa potenzialmente accadere.

  Ne ho bisogno, come dell’aria che respiro.

   Nel momento in cui cesserò definitivamente di credere anche questo, temo sinceramente che difficilmente troverò ancora ragioni per abbandonare la mia amatissima tana e diventare “pubblico”.

 

  

                                                                                   Narciso

                                                                                   l’Oltre Don Giovanni

                                                                                   l’Ultimo Romantico

 

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  A meno che…

    io non punti all’altro Assoluto verso cui sono [in]naturalmente votato

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   Anch’io mi provai a parlare d’amore e finii col persuadermi – una tal convinzione, come lei sa, è contagiosa. Finché non diventò la mia amante ed io capii che le letture sentimentali insegnano a parlar d’amore, ma non a farlo. Dopo aver amato un pappagallo, mi trovai ad andare a letto con un serpente. Perciò cercai altrove l’amore promesso dai libri, quello che non avevo mai trovato nella vita.

   Però mi mancava l’allenamento. Erano più di vent’anni che amavo esclusivamente me stesso. Come sperare di perdere una tale abitudine? Non la perdetti e rimasi un velleitario della passione. Moltiplicai le promesse. Contrassi amori simultanei come in altri tempi avevo avuto relazioni multiple. E allora fui causa, per gli altri, di più guai che ai tempi della mia bella indifferenza.

   Comunque sia, invece di sentirmi esaltato e purificato nell’assoluto della passione, come suol dirsi, aggravai ancor più il peso delle mie colpe e del mio smarrimento. Concepii un tale disgusto dell’amore che per anni, quando mi capitava di sentire La vie en rose o La mort d’amour d’Yseult digrignavo i denti. Allora tentai in certo qual modo di rinunziare alle donne, e di vivere casto. In fin dei conti, doveva bastarmi la loro amicizia. Ma allora tanto valeva rinunziare al gioco. Tolto il desiderio, le donne mi annoiavano oltre ogni misura, e, palesemente, le annoiavo anch’io. Niente gioco, niente teatro, ero senza dubbio nel vero. Ma la verità, caro amico, è noiosa.

   Disperando dell’amore e della castità, pensai finalmente che mi restava il piacere, il quale sostituisce benissimo l’amore, soffoca le risate, riconduce il silenzio e, soprattutto, conferisce l’Immortalità.   

   Raggiunto un certo grado di lucida ebbrezza, a letto, a tarda notte, in mezzo a due sgualdrine, e svuotata d’ogni desiderio, la speranza, vede, non è più tortura, la mente regna sul tempo, il dolore di vivere è passato per sempre. In un certo senso, io ero sempre vissuto nella depravazione, poiché non avevo mai smesso di voler essere Immortale. Non era questo il fondo del mio carattere, ed anche un effetto del grande amore per me stesso di cui le ho parlato? Sì, morivo dalla voglia d’essere Immortale. Mi volevo troppo bene per non desiderare che il prezioso oggetto del mio grande amore non sparisse mai. Visto che, da svegli, e per poco che uno si conosca, non si vedono ragioni valide perché l’Immortalità sia conferita a una scimmia, bisogna pur procurarsi surrogati di codesta immortalità.

   Perciò, per desiderio di vita eterna, andavo a letto con le puttane e bevevo per notti intere. Certo, al mattino avevo in bocca il sapore amaro della condizione mortale. Ma, per lunghe ore, mi ero librato in aria, felice. Ogni notte, mi pavoneggiavo al bar, nella luce rossa e nella polvere di quel luogo di delizie, mentendo come un imbonitore e bevendo molto. Aspettavo l’alba, finalmente mi arenavo nel letto sempre sfatto della mia principessa che si concedeva macchinalmente al piacere e poi senza transizione s’addormentava. La luce del giorno veniva piano piano a rischiarare quello sconquasso e io mi levavo immobile nella gloria del mattino.

   Alcool e donne mi hanno fornito, diciamo pure, il solo ristoro di cui fossi degno. Non esiti a utilizzare il segreto che le rivelo. Allora vedrà che la depravazione è liberatrice, perché non crea obblighi. Non vi si possiede altri che se stesso, dunque è l’occupazione prediletta dei grandi amatori della propria persona. E una giungla senza passato ne futuro, e soprattutto senza promessa ne sanzione immediata. I luoghi in cui si pratica sono separati dal mondo. Entrandovi, si lascia ogni timore, e ogni speranza. La conversazione non è d’obbligo. Quel che si viene a cercare, lo si può ottenere senza parole e spesso, sì, anche senza denaro. Mi si permetta di rendere omaggio alle donne ignote o dimenticate che allora mi hanno aiutato. Anche oggi, al ricordo che ne ho conservato, si mescola qualcosa che somiglia al rispetto. In ogni caso, usufruivo senza ritegno di quella liberazione.

   In quella felice dissipazione la quiete e la liberazione mi sarebbero finalmente state possibili. Ma di nuovo trovai un ostacolo in me stesso. Questa volta fu il fegato, insieme ad una stanchezza così grande che ancora me la porto dietro. Uno gioca a fare l’immortale, e in capo a qualche settimana non sa nemmeno più se potrà strascicarsi fino al giorno dopo.

 

                                                                                                                 Albert Camus, La Caduta